Così il suo lavoro si presenta sull’opposto versante che conduce la mente verso un angolo esistenziale silente: immisurabile domanda costruita di sguardi senza risposte.
Ed è l’incamminarsi del tempo verso la direzione del nulla, che conduce alla perdita dell’identità psichica e fisica che in queste immagini appare immediatamente chiaro. Accanto alla macchina “mito” un corpo latente, esposto all’analisi, privato della sua anima e dei suoi legami biologici naturali e affettivi, attende soltanto l’ultimo granello di sabbia nel vetro del tempo.
Negando lo svolgersi narrativo di un racconto, la mostra si dispone in sezioni di immagine che a partire dagli stessi dipinti, nella stessa costruzione visiva si sviluppano nelle diverse angolazioni dello spazio della mente, sfuggendo alla descrizione diretta, per inoltrarsi nel labirinto cementificato del ricordo individuale. Percorso figurativo rivelato nel nucleo del valore universale dell’identità rappresentato dall’infanzia: valido per ogni generazione, popolo e cultura, credenza e ideologia.
Un aspetto che Marta Czok ha intagliato nel volo radente delle immagini, vive e antistoriche, raggelate da un’eco che trascina in un attimo la mente nell’oscuro baratro della memoria collettiva.
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