Già molti anni fa avevo in progetto di dipingere una serie di lavori sui bambini durante la guerra ma il momento per farlo non è mai sembrato giusto. La maggior parte della mia carriera è stata dedicata a opere che avevano un commento satirico sulla società e, sebbene la guerra e la satira si sposino facilmente, i bambini durante la guerra non possono essere trattati, a mio avviso, con alcuna forma di umorismo. I tempi non erano quindi maturi.
La ricerca fatta per questo gruppo di dipinti non è recente ma la maggior parte delle informazioni che ho trovato era di una portata tale da spezzare il cuore, al punto che mi è stato necessario molto tempo per assorbire e trovare il distacco indispensabile per evitare il rischio di trattare questa tematica particolarmente difficile con inutili toni melodrammatici. La rappresentazione di corpi feriti, lacrime e sangue ha avuto, forse, una certa ragion d’essere prima dell’avvento della macchina fotografica. Da allora c’è stata una tendenza a documentare le guerre con precisione chirurgica e la mia intenzione non era semplicemente di ripetere sulla tela ciò che è già rappresentato, in modo così chiaro e compiuto, dalla fotografia.
Inizialmente, il mio progetto era incentrato sui bambini polacchi - quelli di fede cristiana - che furono deportati a migliaia dal Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale. Non solo non fecero mai ritorno, ma la loro memoria si è letteralmente volatilizzata dalla storia. Al di là di pochi piccoli - e inosservati – monumenti o targhe, qui e là, il destino di questa piccola gente è stato cancellato.

