le bombe erano cadute. Molte costruzioni erano state sventrate e aperte come gusci d’uovo e potevamo sbirciare all’interno per vedere tracce di vita prebellica sotto forma di ombre lasciate da quadri e mobili un tempo disposti contro le poche pareti ancora in piedi. In un’occasione ho visto parti di un letto ancora attaccate alla porzione rimasta in piedi del pavimento di un secondo piano, e perfino una vasca che pendeva da quello che un tempo era un bagno. La guerra era di fatto finita, ma ce n’era ancora traccia ovunque.
Nella mia casa la guerra era ancor più presente attraverso le costanti riunioni di ex-combattenti, le discussioni e re-discussioni sulle battaglie, il raccontare ancora e ancora di chi non era riuscito a farcela, chi era sopravvissuto, chi era stato fucilato - e da quale nemico. Almeno a livello di nemici, la Polonia ha avuto, dopo tutto, l’imbarazzo della scelta!
Era inevitabile, quindi, che sviluppassi un interesse notevole verso tutti gli aspetti della guerra, delle invasioni, delle deportazioni e delle sparizioni. Tuttavia, è soltanto con la nascita dei miei figli che la realizzazione della loro fragilità e insieme dell’immutabilità della natura umana e dei capricci della politica mondiale mi hanno spinto a dipingere opere di natura satirica nello sforzo di contribuire almeno in parte, almeno poco, al cambiamento del modo di pensare. I bambini che ho rappresentato in questi dipinti erano semplici osservatori, che guardavano e imparavano dagli esempi sbagliati.

